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BOSNIA: UNA PARTITA RISCHIOSA PER TUTTI I BALCANI

Se si pensa ai Balcani, al difficile cammino per superare definitivamente il crollo della Jugoslavia, arrivare ad una pacificazione e ad una riconciliazione che garantisca una stabilizzazione duratura della regione, e quindi se si pensa al rischio che possa di nuovo materializzarsi lo spettro dei conflitti degli anni '90, si pensa subito al Kosovo. Ed in effetti il Kosovo è ancora una questione aperta e densa di rischi, ma senza peccare di eccessivo ottimismo, si può affermare che la possibilità di una nuova deflagrazione con un conflitto armato su larga scala tra serbi e albanesi, è al momento abbastanza remota. Alla vigilia della dichiarazione unilaterale di indipendenza molti osservatori disegnarono scenari foschi sul futuro della ex provincia serba. Un anno e mezzo dopo niente di tutto questo è successo. Il rischio di scontri violenti è sempre presente, l'incomunicabilità tra le due comunità è pressoché totale, ma la realtà mostra che serbi e albanesi non vogliono una nuova guerra. Iin questo momento, lo scenario più delicato e, per certi versi, più inquietante, quello che che meriterebbe più attenzione prima di tutto da parte dell'opinione pubblica internazionale, è invece la Bosnia-Erzegovina, dove, anche se a volte sembra lo si dimentichi, fra il 1992 ed il 1995 fu combattuta una guerra di gran lunga più sanguinosa e tragica di quella del Kosovo del 1999. E' sullo scacchiere bosniaco, ben più che in quello kosovaro, che oggi si gioca una partita cruciale sia per il futuro dei Balcani, sia per quello della stessa Europa.
Per capire qualcosa della "partita bosniaca", segnalo l'intervista di Andrea Rossini a Senad Pecanin, direttore del settimanale Dani, pubblicata sul sito di Osservatorio Balcani: si parla dello scontro in corso tra l'Alto Rappresentante internazionale, Valentin Inzko, e le istituzioni della Republika Srpska (una delle due entità che compongono la Bosnia-Erzegovina, della posizione della comunità internazionale e del possibile futuro del Paese.

Pecanin nota prima di tutto che è cambiato l'atteggiamento di uno degli attori principali delle politiche della comunità internazionale in Bosnia Erzegovina: "L'amministrazione Obama ha un approccio molto diverso da quello dell'amministrazione precedente. Nel periodo Bush, specie durante il secondo mandato, la Bosnia non poteva contare su nessun sostegno da parte statunitense. Ora le cose sono cambiate, anche se si tratta di un processo ancora in corso e gli americani non hanno ancora definito chiaramente le proprie strategie".
Per Pecanin, tuttavia, il problema principale è che c'è un conflitto in atto tra l'approccio dell'amministrazione Obama e quello europeo: "Ci sono forti resistenze all'interno dell'Unione Europea rispetto ad un maggiore coinvolgimento in Bosnia. Ci sono sforzi da parte di alcuni Paesi, come la Francia, per arrivare ad una rapida chiusura dell'Ufficio dell'Alto Rappresentante (OHR)", e ci sarà un nuovo impulso a queste posizioni durante la prossima presidenza di turno svedese dell'Unione, anche perché per il ministro degli Esteri di Stoccolma, Carl Bildt, uno degli obiettivi principali del suo mandato è proprio la chiusura dell'OHR, un passo che Pecanin teme possa aprire una fase molto rischiosa per la stabilità e l'unità della Bosnia Erzegovina. "Negli ultimi due anni - sottolinea il direttore di Dani - la politica del leader serbo bosniaco Milorad Dodik sta mettendo in discussione in maniera sempre più aperta l'esistenza del Paese, parlando apertamente di un referendum e della secessione della Republika Srpska (RS)" e su questa questione le istituzioni internazionali non hanno saputo dare finora una risposta chiara lasciando che questa idea acquisitasse sempre maggiore legittimità.

Secondo Senad Pecanin, il problema è che la posizione della comunità internazionale non è chiara: "L'amministrazione americana stava considerando molto seriamente la possibilità di nominare un proprio rappresentante speciale per i Balcani, ma c'è stata una resistenza enorme da parte dell'Unione Europea. Potrei capire questa posizione se gli europei avessero una chiara posizione comune sulla Bosnia, ma sfortunatamente non ce l'hanno. Se manterranno l'idea di chiudere l'OHR entreremo in un periodo di grande instabilità. Ci sarà una situazione di blocco nel funzionamento delle istituzioni statali, nella pratica la dissoluzione dello Stato dal punto di vista istituzionale, e poi si aprirebbero tutti gli scenari possibili incluso il ritorno ad una situazione di aperto conflitto". D'altra parte Pecanin giudica negativamente anche il cosiddetto "processo di Prud", ovvero il tentativo di arrivare a delle riforme tramite l'accordo dei tre maggiori partiti delle principali etnie che costituiscono la Bosnia-Erzegovina: l'SDA (bosgnacco), l'HDZ (croato bosniaco) e l'SNSD (serbo bosniaco): "I tre principali attori, Tihic, Dodik e Covic, avevano obiettivi e ragioni personali per essere parte di quel percorso, non c'è un reale intento riformatore. A Dodik in particolare quell'accordo serviva per mostrare alla comunità internazionale che i leader bosniaci potevano trovare un consenso tra di loro senza la necessità della presenza dell'OHR. Il suo obiettivo principale in questo momento è la chiusura dell'OHR, su questo non ci sono dubbi. Tihic è entrato a far parte di questo percorso per affermarsi come rappresentante unico dei bosgnacchi e squalificare il proprio principale competitore, Haris Silajdžic. Ora peraltro sembra essersi chiamato fuori". Senza il pieno coinvolgimento della comunità internazionale, secondo Pecanin, sarà impossibile modificare la Costituzione. Da questo punto di vista l'impulso impresso dalla nuova amministrazione americana verso un più forte impegno nei Balcani rappresenta sicuramente una buona notizia, ma il problema restano le divisioni in seno alla comunità internazionale e il pieno sostegno garantito alle posizioni del premier della RS, Dodik, da parte della Russia e di alcuni importanti Stati membri dell'UE come Francia, Svezia, Spagna e Grecia.

A questo punto l'intervistatore propone il recente articolo di William Montgomery pubblicato sul New York Times ("
The Balkan Mess Redux") in cui l'ex ambasciatore USA in diversi Paesi della regione ha sostenuto l'inevitabilità ma anche la necessità della divisione del Kosovo sulla linea del fiume Ibar e della indipendenza della RS dalla Bosnia-Erzegovina, sostenendo che “è inutile pensare che i balcanici ragionino come noi, questo non accadrà”. Il giudizio di Pecanin è netto: "Credo che Montgomery abbia dato una prova eccellente di razzismo rispetto ai Balcani. Anche se devo dire che lui, in un certo senso, basandosi sull'analisi della politica serba in Bosnia Erzegovina negli ultimi due anni, trae la corretta conclusione che la direzione verso cui si sta andando è quella della disintegrazione del Paese. Solo che il problema ora sembra essere non tanto il fatto che stiamo andando in quella direzione, ma che qualcuno si sia reso conto che quello è l'esito finale del processo in corso". Invece la Bosnia Erzegovina dovrebbe restare unita in primo luogo perche la divisione del Paese rappresenterebbe la ricompensa per la pulizia etnica e il genocidio e non avverrebbe in modo pacifico, non potrebbe essere ottenuta senza una nuova guerra. Inoltre, la secessione dell'entità serba provocherebbe un'analoga decisione della parte della Bosnia Erzegovina a maggioranza croata che dovrebbe avere lo stesso diritto di quella serba a staccarsi a sua volta ed eventualmente unirsi alla Croazia. Infine verrebbe creata una specie di Gaza europea per i musulmani bosniaci. Questo per Pecanin sarebbe un messaggio chiaro per i radicali musulmani, "una conferma per quanti affermano che la comunità internazionale non ha fatto niente in tre anni e mezzo per fermare la guerra, gli assassinii di massa, le espulsioni e deportazioni di centinaia di migliaia di persone perché in realtà era tutto un'unica grande cospirazione dei cristiani contro i musulmani. Il risultato ultimo sarebbe la creazione di una Repubblica islamica, uno Stato islamico radicale guidato dal clero, che sarebbe lo scenario peggiore per i bosgnacchi.

Pubblicato il 28/6/2009 alle 12.43 nella rubrica Diario.

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