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"BALKAN EXPRESS": ULTIME NOTIZIE DALLA EX JUGOSLAVIA

Il testo che segue è quello della corrispondenza di Marina Sikora per Radio Radicale andata in onda nella puntata di "Passaggio a Sud Est" del 7 giugno in cui si parla della formazione del nuovo governo in Serbia, del rapporto del procuratore capo del tribunale internazionale per la ex Jugoslavia, delle tensioni diplomamtiche tra Croazia e Republika Srpska e della mobilitazione dei giornalisti croati contro la criminalità e la corruzione.

Serbia: da che parte stanno i Socialisti?
In Serbia prosegue l’incertezza sulla composizione del suo futuro esecutivo. L’Accordo di stabilizzazione ed associazione che l’Ue ha firmato lo scorso 29 aprile con la Serbia e’ di nuovo argomento di divergenze tra i potenziali partner per la formazione di un futuro governo nazional-conservatore serbo. Ad approfondire le divergenze nelle trattave per un governo formato da ultranazionalisti radicali (SRS), Partito democratico della Serbia – Nuova Serbia (DSS-NS) e la coalizione guidata dal Partito socialista serbo (SPS) e’ la bocciatura dell’Asa da parte dei legali del Partito democratico della Serbia di Vojislav Kostunica i quali ritengono l’Accordo con l’Ue illegale e anticostituzionale poiche’, come affermano, nega la sovranita’ della Serbia sul Kosovo e quindi la sua integrita’ territoriale. In altre parole, il Partito democratico della Serbia e Nuova Serbia ritengono l’Asa non valida, perche’ uno degli articoli dell’accordo garantisce che le parti rispettino l’integrita’ territoriale della Serbia, mentre 20 Paesi dei 27 membri dell’Ue hanno riconosciuto lo stato indipendente del Kosovo. Sempre secono questa analisi degli esperti legali del DSS, se la Serbia accettasse l’Accordo di preadesione dell’Ue in una situazione in cui 20 stati membri dell’Unione riconoscono il Kosovo indipenedente, cio’ significa che anche la Serbia, nel caso dell’applicazione dell’Accordo, deve collaborare con il Kosovo come stato sovrano. In questa forma, l’Accordo con l’Ue, ritengono nel DSS, non puo’ essere ratificato dal Parlamento serbo.
Secondo il vicepresidente dei radicali ultranazionalisti serbi, Tomislav Nikolic, l’analisi degli esperti del DSS riguardante l’Accordo di stabilizzazione ed associazione sara’ “un punto di convergenza o di divergenza” tra radicali, popolari e la coalizione riunita intorno ai socialisti. A questo proposito, afferma Nikolic, i socialisti devono finalmente decidere da che parte stanno, valutando inaccettabili i segnali che si sono manifestati negli ultimi giorni di una certa apertura dei socialisti verso il Partito democratico del presidente Tadic, che guida le forze filoeuropee serbe.
Ivica Dacic, presidente dei socialisti serbi, da parte sua ha dichiarato che la coalizione guidata dal suo partito, di cui fanno parte la Serbia Unita e il Partito dei pensionati uniti deve prendere una comune posizione in merito alla valutazione legale dell’Asa da parte del DSS e solo allora decidere se sara’ possibile continuare il dialogo con il partito di Kostunica ed i radicali di Nikolic.
Il sostenitore piu’ convinto dell’Accordo con l’Ue nella coalizione socialista, Dragan Markovic Palma, leader di Jedinstvena Srbija (Serbia Unita) a piu’ riprese ha proposto ai suoi partner di coalizone di interrompere i negoziati con il DSS e il Partito radicale serbo per la loro posizione ostile nei confronti dell’Ue. Ora il leader della Serbia Unita dichiara che per lui le trattative con i radicali ed i popolari sono finite se il DSS si opporra’ alla ratifica in Parlamento dell’Accordo di stabilizzazione e associazione che l’Ue ha firmato con la Serbia.
E’ chiaro che per le forze filoeuropee serbe, capeggiate dal Partito democratico, la posizione del DSS di Kostunica rappresenta, come hanno dichiarato, la conferma definitiva “del loro orientamento antieuropeo e la loro prontezza di annullare l’Asa ad ogni costo, perfino a costo dell’isolamento e del fallimento economico della Serbia”. Il Partito democratico sottolinea che le affermazioni da parte del Partito democratico della Serbia di essere disposto a trovare una soluzione per continurare il processo di avvicinamento della Serbia all’Ue nonostante la valutazione che ritiene nullo l’Accordo di stabilizzazione ed associazione con l’Ue “e’ un tentativo gravissimo di mentire all’opinione pubblica che maggiormente ha sostenuto le integrazioni europee” e che un governo di Seselj e Kostunica “significherebbe la sospensione delle integrazioni, blocco degli investimenti, alta inflazione, instabilita’ finanziaria, ovvero portare la Serbia in una totale incertezza economica”. In mezzo a questa lotta da un esito alquanto imprevedibile per quanto riguarda la guida del Paese a quasi un mese dalle elezioni, gli obblighi della Serbia nei confronti del Tribunale Penale Internazionale che giudica i crimini di guerra in ex Jugoslavia, sono un tema praticamente assente dall’ordine del giorno che pero’ viene ricordato in questi giorni in occasione della presentazione del rapporto sul lavoro della Procura del Tpi.

Tribunale internazionale: il rapporto di Brammertz al consiglio di sicurezza Onu
Nel suo primo intervento davanti al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, il neo procuratore generale del Tpi, Serge Brammertz si e’ detto fermamente convinto che i quattro imputati latitanti, Ratko Mladic, Radovan Karadzic, Stojan Zupljanin e Goran Hadzic sono a protata di mano delle autorita’ serbe e che Belgrado puo’ fare di piu’ per localizzarli ed arrestarli. Nel suo rapporto semestrale sul lavoro della Procura dell’Aja, Brammertz osserva che “tranne un reale ma fallito tentativo di arrestare Zupljanin” negli ultimi sei mesi “non ci sono stati visibili progressi” nella ricerca degli imputati latitanti che rappresenta l’elemento cruciale della collaborazione della Serbia con il Tribunale. Una delle ragioni che le autorita’ serbe pongono come giustificazione dell’inadeguata collaborazione con la giustizia internazionale e’ l’incertezza politica in cui la Serbia si trova dall’inizio dell’anno. Il procuratore capo del Tpi ha osservato inoltre che la Serbia ha “risposto adeguatamente” a diverse richieste sulla consegna dei documenti ma ha avvertito che “continuano ad esserci ostacoli significativi riguardante l’accesso agli archivi e documenti di importanza cruciale per i processi in corso e quelli che dovrebbero iniziare nel vicino futuro”.
Nel suo rapporto sul lavoro del Tpi, Brammertz si e’ appellato anche alle autorita’ della Bosnia Erzegovina di essere piu’ attive nei confronti delle persone che aiutano la fuga dei ricercati. Una valutazione anche sulla Croazia che secondo la Procura non ha risposto alle richieste di consegnare documenti importanti per i processi in corso. Chiedendo sostegno al Consiglio di Sicurezza, Brammertz ha assicurato il proprio impegno ad adempiere il suo mandato e ha sottolineato che “non si puo’ immaginare una situazione in cui il Tribunale, istituito per giudicare i principali responsabili di gravi crimini, possa chiudere prima di portare dinanzi alla giustizia tutti gli imputati ancora latitanti”.
Chiamato a commentare il rapporto negativo del capo procuratore dell’Aja, Rasim Ljajic, presidente del Consiglio nazionale serbo per la collaborazione con il Tpi, ha detto di non aspettarsi conseguenze politicihe negative per la Serbia. Ljajic ha annunciato che le attivita’ sull’arresto dei ricercati saranno intensificate dopo la formazione del nuovo governo. Ha aggiunto che non esistono dati operativi che possano indicare eventualmente dove si trovano gli imputati dell’Aja. “Sarebbe nel nostro interesse che loro si trovassero gia’ all’Aja. Purtroppo, non sono localizzati e noi non abbiamo nessuna traccia dove si possano trovare” ha precisato Ljajic e ha negato che gli imputati latitanti siano a portata di mano delle autorita’ serbe e che la loro estradizione dipende dalla volonta’ politica di Belgrado.

La retorica del premier della Republika Srpska offende la Croazia
Sabato scorso abbiamo parlato dell'inasprimento delle relazioni tra Croazia e Serbia di seguito alle dichiarazioni del capo della diplomazia serba Vuk Jeremic, nel corso della conferenza ministeriale dell'Iniziativa Adriatico Ionica svoltasi a Zagabria, in cui il capo della diplomazia serba ha riaccusato la Croazia di pulizia etnica a danno della popolazione serba dopo l'operazione di liberazione 'Tempesta'. Dichiarazioni che in un certo senso sono state anche da reazione al procedimento dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia in cui la Croazia accusa la Serbia di genocidio commesso durante la guerra di agressione contro la Croazia dal 1991-1995.
Come se si tratasse di una specie di azione coordinata, a pochi giorni di distanza da questa vicenda, Milorad Dodik, il premier della Republika Srpska, l'entita' a maggioranza serba della Bosnia Erzegovina, si fa promotore di tensioni nelle relazioni politiche tra Zagabria e Banja Luka, accusando la Croazia per la piu' grande pulizia etnica dopo la Seconda Guerra Mondiale. Queste accuse Dodik ha pronunciato a Zagabria partecipando alla riunione del Consiglio nazionale serbo in Croazia promovendo inoltre la Republika Srpska come uno stato sovrano. Durissime sono state le reazioni dei vertici croati. Il presidente Stjepan Mesic ha qualificato l'intervento di Dodik come «estremamente impertinente» aggiungendovi che «Dodik sa molto bene che la Republika Srpska e' nata sulla pulizia etnica, ma arriva in Croazia per dare lezioni e invitare i serbi di venire nella Republika Srpska se si trovano a disagio in Croazia».
Il portavoce del governo croato, Zlatko Mehun, a nome del governo ha condannato duramente le affermazioni del premier della Rs sottolineando che «purtroppo non e' per la prima volta che Dodik usa una tale retorica, tipica dell'epoca Milosevic» mentre si sa bene «dove una tale retorica e politica hanno portato innanzitutto i serbi come popolo ma anche tutti gli altri popoli sul territorio dell'ex Jugoslavia».
«Ritengo che stiamo dando troppa attenzione a Dodik, ma le sue dichiarazioni meritano commenti» ha detto il premier croato Ivo Sanader. Ha aggiunto che Dodik sta tornando alla politica di Milosevic degli anni 90 quando chiama i serbi della Croazia a venire nella Rs. Il capo del governo croato concorda con quanto affermato dal presidente Mesic che il premier della Rs dovrebbe rispettare il paese da cui viene, cioe' la Bosnia Erzegovina come anche il paese in cui si reca come ospite.
Nessun ammorbidimento delle posizione da parte del primo ministro della Rs Milorad Dodik, il quale di ritorno a Banja Luka ha ripetuto accuse sul conto della Croazia per lo scacciamento dei serbi. Dodik ha sottolineato di riconfermare ogni parola pronunciata criticando inoltre la Croazia per il riconoscimento del Kosovo. Ha aggiunto che non si puo' richiedere un suo impegno per la Bosnia Erzegovina poiche' «non ama questo Stato ma la Republika Srpska che considera il suo Paese» .
E' chiaro che le dichiarazioni del premier della Rs interpretate anche come un tentativo di promuovere l'entita' serba in quanto stato indipendente hanno suscitato aspre accuse da parte dei leader politici bosniaci. Il tema si e' trovato subito sulle prime pagine di quasi tutti i quotidiani della Bosnia Erzegovina. L'attuale presidente della Presidenza tripartita Haris Silajdzic in un comunicato ha avvertito che le posizioni di Dodik espresse a Zagabria rappresentano la continuaziuone delle sempre piu' evidenti minaccie da parte della leadership della Rs contro la costituzione della Bosnia Erzegovina. Il vicepresidente del Partito dell'azione democratica (SDA), Bakir Izetbegovic ha valutato pero' che gli interventi di Dodik non hanno portato nulla di nuovo e rappresentano soltanto una sua consueta retorica.
Il maggior partito dell'opposizione, il Partito socialdemocratico oltre a condannare le dichiarazioni del premier della Rs, ritiene che una parte della responsabilita' va anche sul conto dell'ufficio dell'Alto rappresentante per la Bosnia Erzegovina Miroslav Lajcak che da mesi tollera questa situazione. Nel suo comunicato, il Partito socialdemocratico «accusa duramente la passivita' e il silenzio dell'Alto rappresentante Miroslav Lajcak» invitandolo a reagire in conformita' con il suo mandato e sanzionare i comportamenti di Dodik che contrastano l'Accordo di Dayton.

Giornalisti croati in piazza contro la criminalita’ organizzata. Il caso Miljus.
C’e’ un’altra vicenda che in questi giorni e’ al centro dell’attenzione pubblica e mediatica in Croazia. Ieri, venerdi’, la piazza di San Marco, piazza storica di Zagabria dove hanno sede il Parlamento e il Governo croato e che dal 2005 e’ una zona vietata alle manifestazioni dei cittadini, e’ stata invece una zona libera in cui hanno manifestato circa trecento giornalisti che chiedono alle autorita’ croate un impegno efficace e decisivo nella lotta alla violenza, criminalita’ e corruzione. I manifestanti, guidati dall’Associazione di giornalisti croati sono scesi in piazza chiedendo che siano trovati i colpevoli del brutale assalto contro Dusan Miljus, caporedattore della rubrica di cronaca nera di uno dei principali quotidiani croati, ‘Jutarnji list’. All’inizio di questo mese, il giornalista croato che da anni scrive di crimine organizzato e di corruzione e’ stato aggredito davanti alla sua abitazione con mazze da baseball da due uomini dai volti coperti, subendo gravi ferite alla testa e al braccio. Miljus sostiene che nell’ultimo periodo ha ricevuto minacce di morte, tutte denunciate alla polizia. Alla manifestazione dei giornalisti hanno preso parte anche membri di diverse organizzazioni non-governative. Davanti alla sede del Governo, i rappresentanti dell’Associazione di giornalisti croati hanno letto una lettera indirizzata alle istituzioni dello Stato in cui chiedono che l’agressione contro Miljus sia qualificata come tentato omicidio e avvertono che questo e’ il terzo attacco contro un giornalista negli ultimi 15 giorni mentre una trentina di giornalisti sono stati aggrediti dagli anni ’90 ad oggi. Nessuno di questi attacchi e’ stato punito, non si sa ancora nessun nome di colpevoli e sono ormai 18 anni che l’unica informazione data e’ quella delle “indagini in corso”, si legge nella lettera di protesta dei giornalisti croati che verra’ consegnata anche al capo della Commissione Europea in Croazia, Vincent Degert. Gli organizzatori sostengono che gli ordinatori dell’attacco contro Miljus appartengono alla criminalita’ organizzata e chiedono alla polizia e alla Procura di Stato, oltre ad una veloce ed efficace indagine, di scoprire definitivamente i gruppi di crimine organizzato difuso quasi nell’intera societa’. Manifestazioni di solidarieta’ si sono svolte anche a Varazdin e nelle citta’ dalmane: Sibenik (Sibenico), Zadar (Zara) e Dubrovnik nel corso delle quali sono stati condannati gli aggredimenti contro i colleghi in tutta la Croazia. I giornalisti di Zara si sono detti scioccati per le violenze contro il loro collega Miljus e hanno rilevato che “lo Stato non puo’ chiudere gli occhi davanti al fatto che i criminali sono disposti ad uccidere i giornalisti per proteggere i loro interessi”. C’e’ da sottolineare che proprio la lotta alla corruzione e alla criminalita’ organizzato e la loro riduzione sono tra i requisiti piu’ importanti che la Croazia deve soddisfare per poter aderire all’Ue.

Pubblicato il 9/6/2008 alle 16.3 nella rubrica Balkan Express.

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