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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



Per inviare una email scrivi a pasudest@yahoo.it





20 agosto 2008


LA PACE PER IL CAUCASO E' POSSIBILE?

L'UNPO (Organizzazione dei popoli e nazioni non rappresentate) ha pubblicato un rapporto sulla storia, sulla politica e sulla questione dell'autodeterminazione nella regione caucasica indirizzato alle istituzioni europee . Il documento riassume in maniera schematica ma completa la situazione dei vari focolai presenti nell'area per invitare il Parlamento Europeo e i Parlamenti dei vari Paesi europei a prendere un’iniziativa politica per porre l’urgenza di recuperare l’ideale della Patria europea anche per le zone che si affacciano sul Mar Nero. "Il conflitto in Georgia ha dimostrato la necessità di affrontare le questioni relative alla libera determinazione attraverso la verifica del Diritto internazionale", ha dichiarato Marino Busdachin, Segretario Generale dell'UNPO, che esorta inoltre i decision-makers europei ad ascoltare le voci dei popoli di quella regione, che vogliono vivere pacificamente, ma non possono farlo se i loro diritti non sono garantiti da meccanismi di legalità internazionale".
Il documento, intitolato "Preoccupazioni caucasiche. Storia, politica, autodeterminazione. Questioni della regione transcaucasica" è stato presentato oggi al Parlamento Europeo, a Bruxelles, in una conferenza stampa dal titolo "La pace per il Caucaso è possibile?" alla quale hanno Partecipato Marco Pannella, parlamentare europeo e presidente del Senato del Partito Radicale, Marco Cappato, parlamentare europeo radicale, Marco Perduca, senatore radicale eletto nelle liste del Pd e co-Vicepresidente del Senato del Partito Radicale. La presentazione del documento precede la riunione straordinaria della Commissione Esteri del Parlamento Europeo sulla crisi in Caucaso e viene immediatamente dopo la riunione straordinaria dei ministri degli Esteri dell'UE e dopo il vertice straordinario della NATO.
L’iniziativa dell'UNPO si inserisce nel quadro delle iniziative radicali per il “2008 Primo Satyagraha Mondiale per la Pace, con la libertà, la democrazia e la legalità internazionale”.

Potete trovare il documento in originale inglese sul sito dell'UNPO oppure in traduzione italiana sul sito di Radio Radicale dove è possibile anche ascoltare la conferenza stampa.


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14 agosto 2008


I RADICALI E I BALCANI: UN IMPEGNO LUNGO 20 ANNI

1995: i Radicali a Cannes in occasione del vertice europeoTre settimane fa è stato arrestato Radovan Karadzic, ex leader politico dei serbi di Bosnia durante la guerra del 1992-1995, inseguito per quasi 13 anni dalla giustizia internazionale che lo accusa di crimini di guerra e contro l'umanità. A qualche settimana di distanza da questo avvenimento, che segna una svolta nella recente storia dei Balcani (e speriamo possa preludere alla prossima cattura anche di Ratko Mladic, l'altro super latitante ricercato dal tribunale per la Ex Jugoslavia), segnalo un testo che ripercorre il lungo impegno dei Radicali nei Balcani. Il Partito Radicale, infatti, si è occupato della Jugoslavia almeno a partire dalla morte di Tito quando, presagendo quello che sarebbe successo nel decennio successivo, Marco Pannella propose l'ingresso della Jugoslavia nella Comunità Europea (allora non ancora Unione). Negli anni '90, di fronte al crollo della Jugoslavia, i Radicali misero i Balcani al centro della loro iniziativa politica transnazionale assumendo a volte anche iniziative scomode e apparentemente sconcertanti come quando Pannella, insieme all'allora segretario del PR, Olivier Dupuis, vestì la divisa croata nelle trincee di Osijek per denunciare in maniera clamorosa la politica di aggressione del regime nazionalista di Slobodan Milosevic. Ma i Radicali furono in prima linea anche nel battersi per la creazione di un tribunale internazionale che giudicasse i crimini commessi nelle guerre jugoslave o per chiedere che l'Europa si assumesse le sue responsabilità storiche e politiche nei Balcani sostenendo l'appello "L'Europa muore o rinace a Sarajevo" lanciato da Alexander Langer durante il lunghissimo e sanguinoso assedio della capitale bosniaca.
Il testo che vi propongo, pubblicato qualche giorno fa da Notizie Radicali, ripercorre appunto attraverso i ricordi personali di Giulio Manfredi, membro della giunta di segreteria di Radicali Italiani, un ventennio di impegno e di iniziativa dei Radicali nei e per i Balcani.

Dietro l’arresto di Karadzic
Flashback su 20 anni di iniziative radicali sull’ex-Jugoslavia. Da una piazza friulana al Tribunale dell’Aja
di Giulio Manfredi (Notizie Radicali n.758, 4 agosto 2008)




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14 giugno 2007


TELEKOM SERBIA: QUINDICI DOMANDE SENZA RISPOSTA

Dieci anni fa, il 9 giugno 1997, Telecom Italia (allora di proprietà per il 61% del ministero del Tesoro) acquistava il 29% di Telekom Srbija per la somma di 893 milioni di marchi (pari a 456 milioni di euro). Il giorno seguente i 3/4 di quei soldi finivano in conti correnti riconducibili direttamente all'allora uomo forte della Serbia Slobodan Milosevic, mentre il rimanente fu incassato da Milosevic pochi mesi dopo. Dieci anni dopo sono ancora tante le domande senza risposta su una vicenda che si è cercato di ridurre ad un affare di tangenti.
Telekom Serbia fu un’operazione economico-finanziaria che diede ossigeno ad un regime e ad un dittatore già in quel momento sotto accusa per crimini di guerra. Il tutto senza che il governo dell’epoca (il Prodi 1 con Ciampi ministro del Tesoro) intervenisse per bloccare l’operazione. Telekom Serbia fu anche una disastrosa operazione economica. Nel dicembre 2002, infatti, il nuovo proprietario di Telecom Italia, Marco Tronchetti Provera, ha rivenduto al sopraggiunto governo democratico serbo la partecipazione in Telekom Srbija per 195 milioni di euro, pagabili in rate che scadranno nel luglio 2008, contro i 456 milioni ricavati da Milosevic nel 1997.
Insomma, l'affaire Telekom Serbia sono i soldi dei cittadini italiani andati a rafforzare il regime di un dittatore e utilizzati per comprare beni che due anni dopo l'Italia avrebbe bombardato nell’ambito dell’intervento NATO in Kosovo della primavera 1999. L'affaire Telekom Serbia è la mancata assunzione della responsabilità politica – magari con conseguenti scuse ai cittadini italiani e serbi – da parte di Prodi, Dini, Fassino e Ciampi. Tentare di nascondere quanto accadde dieci anni fa tra Torino, Roma e Belgrado usando come specchietto per le allodole Igor Marini è quindi un’operazione di “depistaggio politico” se non di vera e propria falsificazione storica. Ma dieci anni dopo restano almeno quindici domande che il radicale Giulio Manfredi ha messo in fila nella speranza che prima o poi qualcuno voglia renderne conto ai cittadini italiani e serbi.


TELEKOM SERBIA: QUINDICI DOMANDE RIMASTE ANCORA SENZA RISPOSTA

1) Perché il governo Prodi non rispose all’interrogazione parlamentare (4-06641 del 25 giugno 1997, presentata dall’unico parlamentare radicale dell’epoca, il senatore Piero Milio) che, appena quindici giorni dopo la conclusione dell’affaire, chiedeva spiegazioni su un’operazione economica che aveva rafforzato il regime di Milosevic? L’8 luglio 1997, l’allora Ministro per gli Affari Regionali, Giorgio Bogi, trasmise per competenza la suddetta interrogazione all’allora ministro del Tesoro (Carlo Azeglio Ciampi), che deteneva il 61% delle azioni di Telecom Italia; anche il ministro delle Poste e Telecomunicazioni, Antonio Maccanico, ricevette la suddetta interrogazione.
Né Ciampi né Maccanico risposero, né allora né dopo.

2) Perché le prime trattative con il governo serbo furono intraprese a partire dal novembre 1994, mentre era vigente un embargo ONU nei confronti del regime serbo (sospeso solamente nel novembre 1995 e revocato un anno dopo) che vietava qualsiasi rapporto economico con Milosevic?

3) A questo proposito, cosa ci faceva a Torino, il 28 novembre 1994, una delegazione d’affari serba di altissimo livello? Dopo aver incontrato i vertici della FIAT – come risulta da documenti trasmessi dai radicali alla Procura della Repubblica di Torino e alla Commissione parlamentare d’inchiesta su Telekom Serbia – i serbi incontrarono anche i vertici di Telecom Italia (la cui sede legale era allora a Torino) per gettare le basi dell’affaire Telekom Serbia?

4) Perché chi, in primis Romano Prodi, sostiene che il governo Prodi aveva disciplinato secondo un principio di "non intervento" i rapporti fra il Ministero del Tesoro e le società da esso controllate non ha mai esibito, in questi dieci anni, un decreto ministeriale, una circolare, un atto di indirizzo che accrediti questa obiettiva "rivoluzione" nei rapporti fra il Tesoro e le società partecipate?

5) A tal proposito e a fortiori, è vero o no che nel 1997 era ormai in vigore da tre anni la legge 30 luglio 1994, n. 474 sulle privatizzazioni, che riconosce un potere speciale del Governo perfino sulle società ex statali e poi privatizzate (è il caso della Stet), riservando al ministero del Tesoro un’azione d’oro (golden share), cioè un potere di intervento, condizionamento e perfino veto su alcune decisioni, del tutto indipendente dalla quota azionaria detenuta dallo Stato?

6) Il Romano Prodi che assiste impassibile al closing dell’affaire Telekom Serbia (9-10 giugno 1997) è lo stesso signore che il 18 gennaio 1997 trasmette alla Presidenza della Camera la relazione semestrale del governo "Sulla politica informativa e della sicurezza" in cui si parla della "grave crisi politica innescatasi a Belgrado", delle "imponenti manifestazioni di protesta dopo l’annullamento delle elezioni amministrative" e si prevede che "l’aspirazione popolare alla completa democratizzazione del Paese non sia reprimibile a lungo, anche se la dirigenza di Belgrado non sembra disposta a cedere il potere. Ne potrebbe derivare un prolungato periodo d’instabilità politica …" ?

7) Il Romano Prodi di cui sopra è sempre lo stesso signore che il 1° agosto 1997, ovvero cinquanta giorni dopo la conclusione dell’affaire, trasmette alla Presidenza della Camera la relazione successiva in cui è scritto "in Serbia diviene più aspro il confronto tra il governo e l’opposizione, in vista delle elezioni repubblicane che si terranno entro fine anno" e si denuncia anche "la precarietà della situazione in Kosovo"?

8) Come si concilia l’affermazione di Piero Fassino (trasmissione "L’alieno", Italia Uno, 3/12/03), all’epoca dei fatti sottosegretario agli Esteri con delega ai Balcani, secondo il quale l’affaire Telekom Serbia fu "una trattativa fra due aziende …(per cui) …non vi era nessuna ragione per cui un sottosegretario agli Esteri se ne occupasse" con quanto scritto dai Pubblici Ministeri torinesi nell’ordinanza di archiviazione dell’inchiesta su Telekom Serbia (9/05/05): "…Si è così accertato in primo luogo che l’intero prezzo pagato per Telekom Serbia giunse nella disponibilità del Governo serbo …Il risultato di questa parte dell’indagine spiega anche il motivo per il quale l’opposizione interna a Milosevic era contraria alla vendita di Telekom Serbia; e conferma altresì le dichiarazioni dell’Ambasciatore Bascone (che aveva portato a conoscenza del Ministro degli esteri Dini e del sottosegretario Fassino l’esistenza dell’affare e la contrarietà ad esso di ambienti politici serbi avversi a Milosevic). E’ infatti evidente che la disponibilità di cospicue risorse economiche da parte di quest’ultimo e l’utilizzazione di esse per scopi sociali e di sostegno all’economia si risolveva in un rafforzamento della sua posizione e in una probabile vittoria nelle elezioni che si sarebbero tenute di lì a poco, cosa che infatti poi avvenne …"?

9) Riassumendo, on. Fassino, una delle due aziende da Lei evocate (Telecom Italia) era controllata per il 61% dal Ministro del Tesoro della Repubblica Italiana; l’altra, Telekom Serbia, era stata creata ad hoc da Milosevic una settimana prima della conclusione dell’affaire per incamerare i soldi dei cittadini italiani e greci (rispettivamente 456 e 328 milioni di euro); aver rafforzato Milosevic proprio nel momento in cui il suo regime era traballante, avergli permesso di assicurarsi il consenso sociale per vincere le elezioni, non era una ragione sufficiente affinché il sottosegretario Fassino, debitamente informato dal suo ambasciatore a Belgrado, se ne occupasse ed impedisse il vergognoso affaire?

10) Accantonando per un attimo le considerazioni politiche, come si può definire se non disastroso un investimento che termina nel dicembre 2002, quando il nuovo proprietario di Telecom Italia, Marco Tronchetti Provera, rivende al sopraggiunto governo democratico serbo la partecipazione in Telekom Serbia per 195 milioni di euro (pari a 378 miliardi di lire, pagabili in comode rate che scadranno nel luglio 2008) contro gli 878 miliardi di lire consegnati sull’unghia a Milosevic?

11) Non era prevedibile un simile esito partendo dal presupposto che – come accertato sia dalla Procura di Torino sia dalla commissione parlamentare d’inchiesta – la "due diligence", l’analisi economico-finanziaria dell’azienda Telekom Serbia, fu effettuata dagli uomini di Telecom Italia sulla base di informazioni e documenti forniti dai serbi e non verificati sul campo?

12) Non era addirittura previsto un simile esito se Tomaso Tommasi di Vignano, amministratore delegato all’epoca di Telecom Italia, spedì a Belgrado già il 24 giugno 1997 il Dr. Giovanni Garau, conosciuto in Telecom come "il bandito", l’uomo duro, coraggioso, da impiegare nelle situazioni più difficili? Garau, prima dell’avventura serba, era direttore regionale Telecom in Campania e Basilicata; gestiva due milioni di abbonati con 5.000 dipendenti; in veste di vicedirettore generale di Telekom Serbia, si trovò a gestire lo stesso bacino d’utenza … ma avvalendosi di ben 13.500 dipendenti, non licenziabili per almeno cinque anni!

13) E’ normale che un grande gruppo come Telecom Italia paghi ben 30 milioni di marchi per spese di consulenza ad una sconosciuta società macedone, la Mak Environment, che ha per oggetto sociale principale la produzione di mangimi per animali e non ha comunque come "mission" l’attività di intermediazione? E ciò sulla base di un accordo siglato a ridosso del closing dell’affaire, il 5 giugno 1997, per consulenze svolte nei precedenti 16 mesi, come stigmatizzato dal Collegio sindacale di Telecom Italia nella sua "Memoria sull’acquisizione di Telekom Serbia" (12 giugno 2001) con queste parole inequivocabili: "…il conferimento dell’incarico dopo che lo stesso è stato svolto per lungo tempo non rispecchia le procedure in essere presso il Gruppo all’epoca dei fatti esaminati …" ?! E’ normale che il compratore (Telecom Italia) versi 17 miliardi e mezzo di lire ai consulenti finanziari e legali dei serbi? Di solito, ognuno paga i propri consulenti; semmai, chi incassa i soldi paga gli avvocati del compratore.

14) Perché né la commissione parlamentare d’inchiesta su Telekom Serbia né la Procura della Repubblica di Torino sono riuscite ad audire sulla vicenda il signor Mihalj Kertes, all’epoca dei fatti capo delle dogane serbe e "eminenza grigia" dei fondi neri di Milosevic, come si evince dal cosiddetto "Rapporto Torkildsen" (dal nome dell’analista finanziario norvegese che lo predispose nel 2002 per conto del Tribunale Penale Internazionale sull’ex-Jugoslavia)? Rapporto che i radicali consegnarono sia alla Procura della Repubblica sia alla Commissione parlamentare d’inchiesta, chiedendo ad entrambe di sentire il signor Kertes, cosa non impossibile visto che il suddetto rese esaustiva e volontaria testimonianza sulle sue attività agli ispettori del Tribunale dell’Aja?

15) Infine, per quale destino cinico e baro una parte dei proventi dell’intermediazione riguardante l’affaire Telekom Serbia finirono nella disponibilità dell’on. Italo Bocchino di Alleanza Nazionale, membro della commissione parlamentare d’inchiesta sull’affaire e accusatore implacabile di Prodi e compagni (tranne Ciampi)?
Dall’ordinanza di archiviazione del Tribunale di Torino (9 maggio 2005, pag. 30): "…Ciò che costituisce una singolare emergenza messa in luce dalle indagini riguarda la destinazione di una parte delle risorse di Vitali (uno dei due "facilitatori" dell’affaire, ndr), a loro volta, come è stato reiteratamente chiarito, provenienti dall’affare Telekom Serbia. In effetti, Bassini (Loris, titolare di una società finanziaria di San Marino, la Fin Broker S.A., a cui il Vitali aveva affidato la gestione di 22 miliardi di lire, fra cui i compensi percepiti per l’affaire Telekom Serbia, ndr) erogò, nel corso del 2001, 1,8 miliardi di lire ad una società, Goodtime Sas, di cui socia accomandataria era Gabriella Buontempo, moglie dell’on. Italo Bocchino, successivamente componente della commissione d’inchiesta Telekom Serbia; e 2,4 miliardi di lire alla società Edizioni di Roma, di cui socio e Presidente del Consiglio di Amministrazione era lo stesso on. Bocchino…".

Torino, 11 giugno 2007

Giulio Manfredi (manfredi61@hotmail.com)
Direzione nazionale Radicali Italiani

Tutti i documenti citati sono reperibili su
www.associazioneaglietta.it nella sezione Telekom Serbia

Sull'affaire si consiglia inoltre la lattura di

"Telekom Serbia: Presidente Ciampi, nulla da dichiarare? – Diario ragionato del caso dal 1994 al 2003" di Giulio Manfredi (Stampa Alternativa, 2003, postfazione di Marco Pannella)

"Telekom Serbia: l’affare di cui nessuno sapeva" di Francesco Bonazzi (Sperling & Kupfer)


18 febbraio 2007


LA RISULUZIONE 1244 SUL KOSOVO

Il Consiglio di Sicurezza dell'OnuIl 10 giugno 1999, al termine dell’intervento militare della Nato che pose fine alla pulizia etnica voluta dal regime di Slobodan Milosevic contro i kosovari albanesi, il Consiglio di sicurezza dell’Onu adottò la risoluzione 1244.Il 21 febbraio prossimo a Vienna si svolgerà l’ultimo round negoziale tra serbi e kosovari albanesi per cercare di trovare un compromesso sul futuro status della privincia. Un compromesso "altemente improbabile" come ha detto lo stesso capo negoziatore Ahtisaari, visto che le posizioni delle due parti restano distanti e inconciliabili: gli albanesi vogliono l’indipendenza, i serbi sono disposti a concedere al massimo una larga autonomia. Il "piano Ahtisaari" prevede un’indipendenza "condizionata" per il Kosovo e l’autogoverno per le enclave della minoranza serba. Dopo Vienna il piano andrà all’attenzione del segretario generale dell’Onu e la parola passerà al Consiglio di sicurezza. E’ probabile, quindi, che lo status sarà alla fine imposto. I kosovari albanesi possono contare sull’appoggio degli Usa, ma la Russia (tradizionale protettrice della Serbia) non fa mistero dell’intenzione di far valere il proprio diritto di veto. Penso quindi sia interessante, con l’approssimarsi di settimane cruciali per i Balcani (e non solo, visti i contraccolpi che le decisioni sul Kosovo avranno per altre terre contese, soprattutto in Caucaso) andare a rileggersi cosa dice la risoluzione 1244.


UNITED NATIONS

SECURITY COUNCIL
10 June 1999

RESOLUTION 1244 (1999)

Adopted by the Security Council at its 4011th meeting,on 10 June 1999

The Security Council,

Bearing in mind the purposes and principles of the Charter of the United

Nations, and the primary responsibility of the Security Council for the maintenance of international peace and security,

Recalling its resolutions 1160 (1998) of 31 March 1998, 1199 (1998) of 23 September 1998, 1203 (1998) of 24 October 1998 and 1239 (1999) of 14 May 1999,

Regretting that there has not been full compliance with the requirements of these resolutions,

Determined to resolve the grave humanitarian situation in Kosovo, Federal Republic of Yugoslavia, and to provide for the safe and free return of all refugees and displaced persons to their homes,

Condemning all acts of violence against the Kosovo population as well as all terrorist acts by any party,

Recalling the statement made by the Secretary-General on 9 April 1999, expressing concern at the humanitarian tragedy taking place in Kosovo,

Reaffirming the right of all refugees and displaced persons to return to their homes in safety,

Recalling the jurisdiction and the mandate of the International Tribunal for the Former Yugoslavia,

Welcoming the general principles on a political solution to the Kosovo crisis adopted on 6 May 1999 (S/1999/516, annex 1 to this resolution) and welcoming also the acceptance by the Federal Republic of Yugoslavia of the principles set forth in points 1 to 9 of the paper presented in Belgrade on 2 June 1999 (S/1999/649, annex 2 to this resolution), and the Federal Republic of Yugoslavia’s agreement to that paper,

Reaffirming the commitment of all Member States to the sovereignty and territorial integrity of the Federal Republic of Yugoslavia and the other States of the region, as set out in the Helsinki Final Act and annex 2,

Reaffirming the call in previous resolutions for substantial autonomy and meaningful self-administration for Kosovo,

Determining that the situation in the region continues to constitute a threat to international peace and security,

Determined to ensure the safety and security of international personnel and the implementation by all concerned of their responsibilities under the present resolution, and acting for these purposes under Chapter VII of the Charter of the United Nations,

1. Decides that a political solution to the Kosovo crisis shall be based on the general principles in annex 1 and as further elaborated in the principles and other required elements in annex 2;

2. Welcomes the acceptance by the Federal Republic of Yugoslavia of the principles and other required elements referred to in paragraph 1 above, and demands the full cooperation of the Federal Republic of Yugoslavia in their rapid implementation;

3. Demands in particular that the Federal Republic of Yugoslavia put an immediate and verifiable end to violence and repression in Kosovo, and begin and complete verifiable phased withdrawal from Kosovo of all military, police and paramilitary forces according to a rapid timetable, with which the deployment of the international security presence in Kosovo will be synchronized;

4. Confirms that after the withdrawal an agreed number of Yugoslav and Serb military and police personnel will be permitted to return to Kosovo to perform the functions in accordance with annex 2;

5. Decides on the deployment in Kosovo, under United Nations auspices, of international civil and security presences, with appropriate equipment and personnel as required, and welcomes the agreement of the Federal Republic of Yugoslavia to such presences;

6. Requests the Secretary-General to appoint, in consultation with the Security Council, a Special Representative to control the implementation of the international civil presence, and further requests the Secretary-General to instruct his Special Representative to coordinate closely with the international security presence to ensure that both presences operate towards the same goals and in a mutually supportive manner;

7. Authorizes Member States and relevant international organizations to establish the international security presence in Kosovo as set out in point 4 of annex 2 with all necessary means to fulfil its responsibilities under paragraph 9 below;

8. Affirms the need for the rapid early deployment of effective international civil and security presences to Kosovo, and demands that the parties cooperate fully in their deployment;

9. Decides that the responsibilities of the international security presence to be deployed and acting in Kosovo will include:
(a) Deterring renewed hostilities, maintaining and where necessary enforcing a ceasefire, and ensuring the withdrawal and preventing the return into Kosovo of Federal and Republic military, police and paramilitary forces,except as provided in point 6 of annex 2;
(b) Demilitarizing the Kosovo Liberation Army (KLA) and other armed Kosovo Albanian groups as required in paragraph 15 below;
(c) Establishing a secure environment in which refugees and displaced persons can return home in safety, the international civil presence can operate,a transitional administration can be established, and humanitarian aid can be delivered;
(d) Ensuring public safety and order until the international civil presence can take responsibility for this task;
(e) Supervising demining until the international civil presence can, as appropriate, take over responsibility for this task;
(f) Supporting, as appropriate, and coordinating closely with the work of the international civil presence;
(g) Conducting border monitoring duties as required;
(h) Ensuring the protection and freedom of movement of itself, the international civil presence, and other international organizations;

10. Authorizes the Secretary-General, with the assistance of relevant international organizations, to establish an international civil presence in Kosovo in order to provide an interim administration for Kosovo under which the people of Kosovo can enjoy substantial autonomy within the Federal Republic of
Yugoslavia, and which will provide transitional administration while establishing and overseeing the development of provisional democratic selfgoverning institutions to ensure conditions for a peaceful and normal life for all inhabitants of Kosovo;

11. Decides that the main responsibilities of the international civil
presence will include:
(a) Promoting the establishment, pending a final settlement, of substantial autonomy and self-government in Kosovo, taking full account of annex 2 and of the Rambouillet accords (S/1999/648);
(b) Performing basic civilian administrative functions where and as long as required;
(c) Organizing and overseeing the development of provisional institutions for democratic and autonomous self-government pending a political settlement, including the holding of elections;
(d) Transferring, as these institutions are established, its administrative responsibilities while overseeing and supporting the consolidation of Kosovo’s local provisional institutions and other peacebuilding activities;
(e) Facilitating a political process designed to determine Kosovo’s future status, taking into account the Rambouillet accords (S/1999/648);
(f) In a final stage, overseeing the transfer of authority from Kosovo’s provisional institutions to institutions established under a political settlement;
(g) Supporting the reconstruction of key infrastructure and other economic reconstruction;
(h) Supporting, in coordination with international humanitarian organizations, humanitarian and disaster relief aid;
(i) Maintaining civil law and order, including establishing local police forces and meanwhile through the deployment of international police personnel to serve in Kosovo;
(j) Protecting and promoting human rights;
(k) Assuring the safe and unimpeded return of all refugees and displaced persons to their homes in Kosovo;

12. Emphasizes the need for coordinated humanitarian relief operations,
and for the Federal Republic of Yugoslavia to allow unimpeded access to Kosovo by humanitarian aid organizations and to cooperate with such organizations so as to ensure the fast and effective delivery of international aid;

13. Encourages all Member States and international organizations to
contribute to economic and social reconstruction as well as to the safe return of refugees and displaced persons, and emphasizes in this context the importance of convening an international donors’ conference, particularly for the purposes set out in paragraph 11 (g) above, at the earliest possible date;

14. Demands full cooperation by all concerned, including the international
security presence, with the International Tribunal for the Former Yugoslavia;

15. Demands that the KLA and other armed Kosovo Albanian groups end
immediately all offensive actions and comply with the requirements for demilitarization as laid down by the head of the international security presence in consultation with the Special Representative of the Secretary-General;

16. Decides that the prohibitions imposed by paragraph 8 of resolution
1160 (1998) shall not apply to arms and related matériel for the use of the international civil and security presences;

17. Welcomes the work in hand in the European Union and other
international organizations to develop a comprehensive approach to the economic development and stabilization of the region affected by the Kosovo crisis, including the implementation of a Stability Pact for South Eastern Europe with broad international participation in order to further the promotion of democracy, economic prosperity, stability and regional cooperation;

18. Demands that all States in the region cooperate fully in the
implementation of all aspects of this resolution;

19. Decides that the international civil and security presences are
established for an initial period of 12 months, to continue thereafter unless the Security Council decides otherwise;

20. Requests the Secretary-General to report to the Council at regular
intervals on the implementation of this resolution, including reports from the leaderships of the international civil and security presences, the first reports to be submitted within 30 days of the adoption of this resolution;

21. Decides to remain actively seized of the matter.




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28 novembre 2006


EUROPA DEL SUD EST E RELIGIONI / 3

Parlando di Balcani si parla ovviamente anche di Islam ma l’Islam di tradizione ottomana ha aspetti diversi da quello arabo e la prospettiva di integrazione europea può giocare a favore di un atteggiamento laico e poco disponibile all’integralismo. L’intervento militare occidentale in Bosnia e in Kosovo contro il regime di Milosevic ha favorito un atteggiamento filo americano come ha dimostrato la recente vicenda delle vignette satiriche su Maometto che hanno visto nei Balcani occidentali solo qualche piccola manifestazione per altro sconfessata dalle autorità religiose musulmane che hanno invece invitato alla calma pur senza lesinare critiche alla pubblicazione dei disegni. Terza parte della scheda basata sull'articolato dossier messo in rete a metà ottobre dall'agenzia Apcom.

In Albania, il solo paese europeo a maggioranza musulmana (oltre i 2/3 della popolazione), l’idea di nazionalità è slegata dalla religione e l’ateismo di stato del periodo delle dittatura comunista di Enver Hoxha ha rafforzato la tolleranza tra le varie confessioni religiose. Il confronto è semmai all’interno della comunità musulmana tra vecchi e nuovi imam risoltosi per ora a favore dei primi. In Albania, comunque, tutte le forze politiche puntano all’integrazione nell’Ue, un’aspirazione per ora condivisa anche dalla popolazione con percentuali superiori al 90%.
In Grecia esiste il problema della minoranza dei Cami, una popolazione albanese di religione islamica che alla fine della guerra fu accusata di collaborazionismo con gli occupanti italiani e tedeschi e subì quello che si può considerare un genocidio. I superstiti furono privati di tutti i loro beni e ancora oggi, nonostante la Grecia faccia parte dell’Ue, non godono di quei diritti che invece devono essere garantiti a tutte le minoranze. Recentemente la Grecia ha concesso la possibilità di ottenere la doppia cittadinanza ai cittadini albanesi di etnia greca ma per ora non concede che la stessa cosa sia fatta per reciprocità ai Cami residenti in Grecia. Il caso dei Cami è stato portato anche all’attenzione del Parlamento europeo.
In Bosnia Erzegovina i musulmani bosgnacchi rappresentano il 40% della popolazione (il 30% sono ortodossi, il 15% cattolici). La penetrazione wahabita iniziata con la guerra del 1992-95 e fatta di finanziamenti, scuole coraniche, assistenza e aiuti militari non ha però attecchito e la società ha per ora resistito ai tentativi di islamizzazione. Il vero problema per la Bosnia è semmai quello di tenere in piedi e insieme un paese nato così come lo conosciamo oggi dagli accordi di pace di Dayton che in pratica fotografarono la situazione sul terreno determinata dal conflitto. La recente secessione del Montenegro dall’unione con la Serbia e la probabile indipendenza del Kosovo hanno infatti rinfocolato le tentazioni separatiste da parte della Republika Srpska (l’entità serba della Bosnia Erzegovina).
La Macedonia ha rischiato la destabilizzazione a causa della guerra in Kosovo del 1999 e poi della turbolenza della minoranza albanese nel 2001. In seguito ha dato la priorità alla sicurezza, con il rapporto tra religioni e Stato sbilanciato a favore di quest’ultimo. La comunità ortodossa (60% della popolazione) e quella musulmana (30% con sufi bektashi, torbesi e 4% di turchi) hanno dovuto affrontare alcune scissioni interne. Prima chiesa ortodossa slava autocefala della storia, la chiesa ortodossa macedone è intervenuta nella crisi tra chiesa macedone e patriarcato serbo, con l'arresto del vescovo Jovan fedele a Belgrado, da cui era separata dal '67 ma senza tensioni. La comunità musulmana, invece, ha dovuto affrontare una crisi che l'ha lasciata a lungo senza dirigenti legittimi ed esposta a derive integraliste, ma ha poi eletto il nuovo ulema, Rexhepi, che si è detto deciso a impedire le infiltrazioni estremiste nella comunità.
In Kosovo, dopo la guerra del 1999 e la pulizia etnica contro la popolazione di etnia albanese fermata dai bombardamenti della Nato, oggi la tutela delle minoranze è una delle questioni più importanti nei colloqui per il futuro status della provincia. Dopo gli assalti albanesi ai monasteri ortodossi del 2004, nella terra che rappresenta il cuore del sentimento nazionale e religioso dei serbi (la "Gerusalemme serba") la chiesa è divisa: a Pasqua di quest’anno il vescovo di Prizren Artemije ha condannato la "realpolitik" del priore di Decani Teodosije che aveva deciso di accogliere il presidente Fatmir Sejdiu (kosovaro albanese) al monastero. Attualmente, pur facendo formalmente parte della Serbia, il Kosovo è un protettorato Onu. I serbi sono ridotti a una piccola minoranza e le loro enclaves sono protette dai militari del contingente internazionale. Ma più che uno scontro di religione in Kosovo è in atto uno scontro tra nazionalismi che rischia di compromettere la sostanziale tolleranza che per secoli ha protetto i monasteri ortodossi. Lo scomparso presidente Ibrahim Rugova era un laico convinto che guardava all’obiettivo dell’integrazione euroatlantica per il Kosovo, si definiva un musulmano "simbolico" (che anzi negli ultimi anni si avvicinò al Cattolicesimo) e non visitò nessun paese islamico.
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26 novembre 2006


EUROPA DEL SUD EST E RELIGIONI / 2

Facendo riferimento ad un ampio reportage messo in rete dall’agenzia Apcom nel mese di ottobre vediamo la situazione nei paesi dell’Europa sud orientale.
In Slovenia, paese non propriamente balcanico, la laicizzazione è andata di pari passo con la liberalizzazione socio-economica. I cattolici sono attualmente il 58% della popolazione, quando solo quindici anni fa erano l’84%, e solo un quinto si dichiara praticante. Il cattolicesimo, pur influente, non ha mai avuto una caratterizzazione nazionalista e viceversa e attualmente lo Stato finanzia tutti i culti.
In Serbia (ortodossi 65%, cattolici 4%; musulmani in Sangiaccato e di cristiani magiari in Vojvodina,) l’alleanza tra patriarcato e attuale governo garantisce alla chiesa ortodossa l’egemonia religiosa e privilegi legislativi. Oggi appelli al superlatitante Ratko Mladic, ex generale serbo-bosniaco accusato per l’eccidio di Srebrenica, a consegnarsi al Tribunale internazionale vengono da esponenti della chiesa ortodossa che però ha avuto un ruolo primario nell’accendere il nazionalismo serbo. Negli ultimi anni il sinodo guidato dal patriarca Pavle ha affrontato la questione dell’indipendenza del Kosovo che rappresenta il cuore del sentimento religioso e nazionale (le due cose coincidono) dei serbi così come quella dell'affermarsi di chiese nazionali nella sua giurisdizione in Macedonia e in Montenegro.
Per quanto riguarda appunto il Montenegro, indipendente da pochi mesi dalla Serbia, dopo il referendum della scorsa primavera, il metropolita Mihailo è stato riconosciuto nel 2000 dall’allora premier Milo Djukanovic, ma non da altre chiese autocefale ortodosse. Il governo di Podgorica ha comunque dichiarato l'apertura del Paese "a tutti i culti", prefigurando la fine di un ruolo privilegiato per la chiesa ortodossa.
Anche in Croazia (cattolici 87%, ortodossi 4 %; con serbi, magiari in Slavonia) il rapporto tra nazionalismo e chiesa, in questo caso cattolica, non è certo una novità e non si è esaurito dopo la guerra. La chiesa ha in gran parte reagito criticamente verso le aperture dell'arcivescovo di Zagabria Bosanic che nel 2004 ha incontrato il patriarca serbo Pavle e che nel 2005 ha condannato l'ostilità alla collaborazione con il Tribunale internazionale. Nel 2002 l'ex premier socialdemocratico Racan, per una Croazia "democratica e multireligiosa", concesse finanziamenti statali in proporzione all’entità del gruppo religioso: alla chiesa cattolica andarono 22 milioni di dollari, agli ortodossi 1 milione di dollari annui, ai musulmani 300mila. Tre anni fa, sostenendo l'Hdz, il partito fondato dallo scomparso leader nazionalista Tudjman, oggi su posizioni moderate ed europeiste, il clero pesò sul risultato elettorale ma oggi il governo Sanader punta alla Nato e all’Europa (nel 2005 si sono aperti i negoziati per l’adesione all’Ue) anche se si mantiene attento ai rapporti con la Chiesa.
Interessante la situazione della Bulgaria che rappresenta una sorta esperimento di convivenza tra fedi diverse e registra la più bassa percentuale di praticanti per ogni culto. Gli ortodossi sono l’85%, poi cattolici, protestanti e un 13% di musulmani che costituiscono la minoranza più consistente.
Situazione delicata invece in Voivodina, regione autonoma della Serbia, che per vicissitudini storiche anche recenti rappresenta un microcosmo etnico-religioso percorso da tensioni tra profughi serbi provenienti da tutta l'ex Jugoslavia e la principale minoranza, quella magiara, ridotta a 300mila persone. D’altra parte diversi paesi stanno affrontando la questione degli ungheresi (eredità del trattato del 1920 che lasciò fuori dai confini magiari Croazia, Slovacchia e Transilvania), stringendo i rapporti con Budapest. Difficile convivenza etnico-religiosa per la minoranza serba anche in Croazia nelle regioni della Slavonia e in Krajina.
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16 novembre 2006


EUROPA DEL SUD EST E RELIGIONI / 1

Nell’Europa orientale e sud orientale che fu comunista si assiste da alcuni anni ad un ritorno della religione, al rifiorire delle fedi storicamente presenti (cattolici, ebrei, ortodossi, musulmani) e all’arrivo di religioni di provenienza americana (Scientology, mormoni, sette new age o neoprotestanti) o già presenti da qualche decennio nell’Europa occidentale (Testimoni di Gerova, Hare Krishna). Il panorama religioso dei paesi dell’est e del sud est europeo, quindi, cresce e si fa più variegato. A questo corrisponde, però e fortunatamente, anche una maggiore laicizzazione delle società. Anche se l’80% degli europei che si dichiarano credenti vive ad est come risulta dalla ricerca Gfk tedesca del 2005 "Attitudini religiose dell’Europa", i praticanti restano comunque una minoranza: in Ungheria sono il 15% (55% i fedeli dichiarati), in Romania il 19% (98% i fedeli), nella Repubblica Ceca solo il 5% mentre nella cattolicissima Polonia si dichiara praticante solo un cittadino su due. Le dinamiche sono quelle cui abbiamo assistito in Occidente. La secolarizzazione si nota più nelle città che in provincia, il culto attira più gli anziani che i giovani, sensibili a modelli più laici e occidentali. Anche il rapporto tra chiesa e stato si va ridefinendo su principi laici di non ingerenza reciproca sotto l’influenza giocata dalla prospettiva dell’integrazione europea. La presenza dei nuovi culti ha provocato però preoccupazioni e irrigidimenti delle gerarchie delle religioni tradizionali (soprattutto di quelle ortodosse) che temono l’attivismo e la forza economica di queste nuove organizzazioni che in alcune zone (Serbia e Romania, per esempio) sono state anche vittime di attacchi xenofobi a cui non sono estranee le frequenti demonizzazioni di cui sono oggetto. Non mancano, comunque, tra le grandi religioni prove di ecumenismo anche se si moltiplicano i contrasti interni dovuti alle accuse di compromissione con i passati regimi dittatoriali, a ricambi dei vertici, ai rapporti con i nuovi stati nazionali. E intanto più di un paese ha adottato norme che tutelano i culti tradizionali discriminando o rendendo più difficile la presenza di quelli "non tradizionali". E il rafforzamento delle grandi religioni si estende dalla legislazione, all’istruzione, all’edilizia, al recupero dei beni confiscati nel passato.  

L’agenzia Apcom ha messo in rete, attorno alla metà di ottobre, una serie di lanci che propongono una fotografia aggiornata della situazione religiosa nei paesi europei dell’est e del sud est la maggior parte dei quali furono soggetti all’Urss o furono paesi satelliti del blocco sovietico. Alcuni di questi paesi fanno ora parte dell’Unione europea, altri hanno in corso negoziati adesione, altri ancora hanno intrapreso la strada verso l’integrazione euroatlantica. Prendendo spunto dalla serie di articoli dell'Apcom cerchiamo di vedere quel è il panorama della situazione religiosa nei paesi di cui ci occupiamo abitualmente in questo blog.
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