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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



Per inviare una email scrivi a pasudest@yahoo.it





9 febbraio 2010


NUOVE PROVE SUL RUOLO DEI SERVIZI DI SICUREZZA SERBI IN BOSNIA

Jovica Stanisic con Radovan KaradzicI servizi di sicurezza serbi erano coinvolti nei crimini di guerra compiuti durante la guerra di Bosnia. Le nuove prove sono state presentate al processo contro Jovica Stanišic, ex capo della Divisione per la Sicurezza Nazionale, e il suo assistente Franko Simatovic Frenki. Ne ha scritto Dejan Anastasijevic sul settimanale belgradese "Vreme" in un articolo pubblicato il 28 gennaio (titolo originale Papirni trag zlocina) che potete leggere in italiano sul sito di Osservatorio Balcani (traduzione di Daniele Scarpa).

Stanišic e Simatovic sono imputati per crimini contro l'umanità e gravi violazioni delle leggi di guerra. Secondo l'accusa avrebbero creato, addestrato e armato una serie di unità paramilitari responsabili di alcuni dei peggiori crimini di guerra commessi in Croazia e in Bosnia. La più importante di queste era l'Unità per le Operazioni Speciali (JSO), i famigerati "Berretti rossi", ma secondo l'accusa anche molte altre unità erano sotto il controllo di Jovica e Frenki: dalle "Tigri" di Arkan, agli "Scorpioni", alle "Pantere", a molti altri. L'accusa sostiene che gli imputati hanno addestrato e armato anche i volontari di Šešelj che hanno compiuto crimini insieme ai paramilitari.

A sostegno delle proprie accuse la procura ha portato una serie di documenti secondo i quali uomini delle unità paramilitari che hanno compiuto crimini in Bosnia erano pagati dai Servizi di Sicurezza della Serbia un nuovo testimone, protetto con la sigla JF-005, che ha dichiarato di essere stato reclutato nei "Berretti Rossi" all'inizio del 1992 e addestrato con una cinquantina di volontari in un campo segreto sul monte Ozren comandato da Radojica Rajo Božovic, uno dei comandanti della JSO. Il testimone, inoltre, era presente alla famosa celebrazione dell'anniversario della JSO a Kula nel 1997, quando Miloševic fece visita ai "Berretti rossi" e la cui registrazione video finora è stata mostrata più volte come prova nei processi all'Aja. Finora le prove esibite erano soprattutto indirette, i testimoni pochi e a volte non attendibili. Grazie al nuovo teste JF-005 e alla nuova documentazione l'accusa ha ora una maggiore spazio di manovra.

Se le accuse saranno provate, scrive Anastasijevic su Vreme, "nelle prossime settimane e mesi, in questo processo e in altri, sentiremo ancora altri nomi di persone che per il 'lavoro sul campo' in Bosnia e in Croazia ricevettero denaro dalla Sicurezza di Stato. Si tratta di qualcosa che sapevamo tutti in teoria, ma ora il Tribunale è in possesso della prova cartacea che dimostra che i Servizi di sicurezza, come organo statale della Serbia, erano direttamente implicati negli episodi più terribili della guerra in Bosnia. Tutto ciò potrebbe avere anche gravi conseguenze politiche, in particolare nel contesto del dibattito parlamentare sulla dichiarazione su Srebrenica. Cosa succederebbe se si riscontrasse che gli "Scorpioni", come compenso per l'esecuzione filmata a Trnovo, hanno ricevuto una diaria proveniente dalle casse dello Stato, e cosa si direbbe sul ruolo della Serbia nella guerra alla quale non ha partecipato?".


2 febbraio 2010


2010: LE PROSPETTIVE PER I BALCANI OCCIDENTALI

La stabilità dei Balcani occidentali è ancora a rischio a causa dei conflitti ancora irrisolti che risalgono agli anni '90 del secolo scorso. E' quanto afferma in sintesi la previsione contenuta in "Prospects 2010", l'atlante mondiale di analisi strategica di Oxford Analytica, pubblicato a puntate da Milano Finanza, che contiene, paese per paese, le previsioni sui rischi e le opportunità per le aziende e gli investitori. L'ultima puntata, pubblicata il 26 gennaio, è dedicata ai paesi dell'Europa centro-orientale e dei Balcani.

Nel capitolo si parla della situazione di stallo politico-istituzionale in Bosnia, delle speranze di risolvere la questione del nome della Macedonia che sta bloccando la sua integrazione euro-atlantica, dei passi avanti verso l'Ue della Serbia, del Kosovo che per ora resta nel limbo e delle aspirazioni europee di Montenegro e Albania.

Secondo "Prospects 2010" i contrasti risalenti al crollo della Jugoslavia e non ancora risolti continuano ad ostacolare l'integrazione europea della regione. L'adesione all'Ue rimane a lungo termine la principale prospettiva di stabilità, ma nel corso degli anni gli sforzi internazionali per risolvere le questioni aperte sono stati messi a dura prova. Se si vogliono gettare basi solide per la stabilità della regione occorre proseguire anche nel 2010 i tentativi ripresi begli ultimi mesi del 2009.

Per quanto riguarda la regione balcanica occidentale, le principali questioni non ancora risolte secondo "Prospects 2010" riguardano

- l'assetto istituzionale della Bosnia: le elezioni del prossimo ottobre potrebbero rilanciare i nazionalismi ostacolando i tentativi della comunità internazionale di stabilizzare il paese;

- lo status del Kosovo: una mancata soluzione della questione indebolisce le prospettive di sviluppo del paese, ma anche quelle di integrazione europea della Serbia;

- il contenzioso sul nome della Macedonia: la vittoria del Pasok in Grecia alimenta la speranza di soluzione della controversia sul nome dell'ex repubblica jugoslava.

Le conclusione di "Prospects 2010" sono che in gran parte della regione balcanica occidentale sono stati compiuti progressi per voltare pagina sui conflitti passati e promuovere la causa dell'integrazione con l'Ue. Tuttavia, il persistere di alcune controversie risalenti agli anni 90 (quelle sopra indicate in Bosnia, Macedonia e Kosovo), indicano che un intenso impegno internazionale rimane essenziale per garantire la fragile stabilità della regione.


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30 gennaio 2010


L'UNIONE EUROPEA E LA BOSNIA

Di Marina Szikora (*)

L'immagine si trova all'indirizzo commons.wikimedia.org/wiki/File:Bosnia_EU.svgL' Argomento importante della riunione ministeriale di Bruxelles, come annunciato, e’ stata la delicatissima situazione politica in BiH nonche’ il blocco delle riforme che non ha visto nessun passo in avanti dopo le difficili trattative che hanno prodotto il cosidetto “pacchetto di riforme di Butmir”.
L’Ue, alla riunione di lunedi’ ha espresso prontezza di mantenere la presenza militare in Bosnia Erzegovina anche dopo la fine del mandato dell’operazione ALTHEA ed ha deciso al contempo di inserire una missione consultativa nell’ambito dell’Althea per aiutare la costruzione delle capacita’ nel settore della difesa. Concludendo che non sono state adempiute le condizioni per la chiusura dell’Ufficio dell’Alto rappresentante per la BiH (OHR), l’Ue ha deciso di mantenere ancora la presenza militare.
Va precisato che ancora precedentemente, era stato pianificato che una missione consultativa per l’addestramento e la costruzione delle capacita’ di difesa in BiH, la quale includerebbe circa 200 persone, iniziasse ad operare solo a conclusione della missione militare, ma a causa dell’ostacolamento delle riforme nel Paese, l’Ue ha rinunciato al piano primario e cosi’ ALTHEA, oltre al ruolo militare ha assunto adesso anche il compito consultativo.

Il Consiglio di ministri europei si e’ detto pronto a nome dell’Ue di mantenere il ruolo militare esecutivo per sostenere le esistenti sfide anche dopo il 2010 sotto il mandato dell’ONU. Allo stesso tempo, i ministri degli esteri europei hanno rilevato il loro pieno sostegno all’integrita’ territoriale e sovranita’ della BiH cosi’ come previsto dall’Accordo di pace di Dayton/Parigi. Il Consiglio ha altrettanto dato forte sostegno all’inviato speciale dell’Ue e Alto rappresentante, Valentin Inzko invitando tutte le parti in BiH di accettare tutte le decisioni da lui prese e di non mettere in questione la sua autorevolezza. Cio’ si interpreta come un monito chiaro al premier della Republika Srpska, Milorad Dodik il quale aveva annunciato un referendum sulla decisione di Valentin Inzko relativa al proseguimento della presenza dei giudici internazionali in BiH.
L’alto rappresentante dell’Ue per la politica estera e di sicurezza, lady Catherine Ashton ha confermato che alla riunione del Consiglio di ministri dell’Ue, oltre al discorso sulla missione ALTHEA e la decisione del proseguimento della sua presenza in BiH anche dopo la fine del mandato, si e’ discusso inoltre “generalmente del futuro della BiH”. Lady Ashton ha fatto sapere che questo colloquio ha incluso elementi che non si “riflettono” nel documento conclusivo. “Il colloquio durante il pranzo di lavoro si e’ svolto con la partecipazione di molti ministri europei.

Il capo della diplomazia spagnola, Miguel Angel Moratinos ha dicharato lunedi’ a Bruxelles che bisogna continuare ad attuare il “Pacchetto di Butmir” – la proposta di riforme in BiH. Moratinos, il cui peaese tiene la presidenza di turno all’Ue, ha aggiunto che bisogna anche riesaminare, approfondire, allargare e sviluppare queste proposte e ha avvertito che anche per la situazione in BiH e’ valida l’esperienza che “in diplomazia le situazioni imposte non sono le migliori soluzioni”.
Moratinos ha sottolineato che l’alto rappresentante dell’Ue, Catherine Ashton con il sostegno della presidenza spagnola, nonche’ con la collaborazione con protagonisti e fattori che hanno la responsabilita’ internazionale per il progresso e per la stabilizzazione della BiH, si impegneranno ulteriormente per approfondire e per rielaborare il “Pacchetto di Butmir”. “Il modo di lavorare e’ il dialogo, la collaborazione, con un messaggio chiaro alle autorita’ della BiH che anche loro devono assumersi la propria responsabilita’” ha detto il ministro degli esteri spagnolo.

Aspettata e non sorprendente e’ stata la reazione del premier della Rs Milorad Dodik il quale ritiene che le dichiarazioni dei ministri degli esteri dell’Ue relative al sostegno all’Ufficio dell’Alto rappresentante per la BiH “mirano a difendere l’operato illegale” di quest’ufficio.
Dodik ha sottolineato che tutto quello che entra nell’ambito e nelle competenze del mandato dell’alto rappresentante non e’ discutibile per la Rs, ma e’ discutibile quello che esce da questo mandato nonostante la sua autorevolezza. Secondo Dodik, l’alto rappresentante si nasconde dietro una cosi’ importate istituzione come lo e’ l’Ue. “Se si tratta della minaccia di una potente associazione come l’Ue per proteggere il lavoro illegale dell’alto rappresentante che non ha il diritto di imporre leggi, perche’ nessuno gli ha dato questo diritto, ne’ a Dayton ne’ con le competenze di Bonn, allora e’ una cosa strana” ha affermato il premier della Rs ai giornalisti nel capoluogo dell’entita’ a maggioranza serba, Banja Luka. Ha ricordato inoltre che l’alto rappresentante per la BiH ha il diritto di prendere decisioni relative al lavoro della Presidenza e del Consiglio di ministri della BiH ma non quello che riguarda il lavoro del parlamento.

Alle domande dei giornalisti realtive a quello che intende fare l’Ue per uscire dallo stallo politico in BiH prendendo in considerazione che tra poco in questo paese si svolgeranno elezioni importanti, l’alto rappresentante dell’Ue, Ashton ha detto che “e’ molto chiaro che si tratta di un paese unico, e’ molto chiaro che vi sono diverse comunita’ ed e’ molto chiaro che prossimamente ci saranno le
elezioni”. “Speriamo davvero che nel dibattito preelettorale saranno illustrati i pregi in cui abbiamo sempre creduto, quindi che la BiH alla fine sara’ parte dell’Ue” ha aggiunto lady Ashton.

(*) Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è tratto dalla corrispondenza andata in onda nello Speciale di Passaggio a Sud Est del 30 gennaio dedicato all'integrazione europea dei Balcani occidentali.


26 gennaio 2010


CROAZIA: LE TENSIONI CON LA SERBIA PRIMA PROVA INTERNAZIONALE PER IL PRESIDENTE JOSIPOVIC

Di Marina Szikora
Il testo che segue è la trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda sabato 23 gennaio su Radio Radicale

Il neo presidente croato Ivo JosipovicDal momento in cui il prossimo 18 febbraio sara' insediato come nuovo, terzo presidente della Croazia, Ivo Josipovic avra' tanto lavoro da fare. Una tra le priorita' sara' sicuramente lo sviluppo e il miglioramento delle relazioni della Croazia con la regione per garantire, da parte sua, l'indispensabile stabilita' dell'area che affronta ancora molti problemi, soprattutto nell'ottica del suo tanto desiderato ingresso nella famiglia europea. Non sara' per nulla facile il compito molto impegnativo del neo eletto presidente Josipovic innanzitutto in chiave dei rapporti abbastanza compromessi tra Croazia e Serbia, dovuto alle ultime mosse del presidente uscente Stjepan Mesic nei confronti della Repubblica Srpska ma anche verso Belgrado.

Le tensioni sull'asse Belgrado – Zagabria sono aumentate dal momento in cui il presidente Mesic aveva deciso di recarsi a Pristina, solo un giorno dopo il Natale ortodosso, provocando cosi' l'ira di Belgrado che non si e' placata ancora da quando Zagabria, seguendo l'esempio del maggior numero dei membri dell'Ue, aveva riconosciuto l'indipendenza del Kosovo. La visita di Mesic a Pristina era commentata dai vertici serbi come un atto provocatorio da parte del presidente croato che per di piu' e' stato accolto con molto onore e rispetto in Kosovo ottenendo anche la cittadinanza onoraria di Pristina. Il presidente della Serbia Boris Tadic a tal proposito ha criticato aspramente Mesic per le sue affermazioni nel corso della visita in Kosovo dove il presidente croato ha parlato di una 'nuova realta' nella regione invitando Belgrado a prendere atti di questa nuova situazione e esortando altri paesi a riconoscre l'indipendenza di Pristina.

Il secondo gesto che aveva ulteriormente infuriato Belgrado e' stata la decisione di Mesic di ridurre di un anno (da otto a sette anni) la pena inflitta al criminale di guerra Sinisa Rimac per la responsabilita' nell'uccisione per odio etnico di una intera famiglia serba durante la guerra contro la Croazia nel 1991. Tadic aveva giudicato questo atto come «un gesto anti-europeo e contro la civile convivenza e in nessun modo giustificabile». Alcuni giornali serbi avevano perfino raccomandato il ritiro del proprio ambasciatore da Zagabria e l'espulsione di quello croato in Serbia. Ma Mesic ha giustificato la sua decisione affermando che grazie alla collaborazione di Rimac e' stato possibile rintracciare molti colpevoli e condannarli al carcere. Nessun crimini puo' essere giustificato, ma bisogna tener conto che a Rimac a Vukovar sono stati uccisi il fratello e lo zio, mentre i suoi genitori sono stati portati in Serbia in un campo di concentramento e lui stesso si e' trovato in compagnia con dei criminali, ha detto Mesic.

E mentre la vittoria di Ivo Josipovic lo scorso 11 gennaio promette l'inizio di una nuova Croazia che per quanto riguarda la sua politica estera offre il cammino decisivo in quinta marcia verso l'Europa e al tempo stesso un progresso nei rapporti con tutti i paesi della regione a nome di un forte impegno per garantire stabilita', pace e sviluppo, si indurisce il gelo tra Belgrado e Zagabria. Nel suo ultimo incontro con i giornalisti a fine del suo doppio mandato, Stjepan Mesic ha dichiarato che nel caso di un referendum per la secessione della Repubblica Srpska, l’entita’ a maggioranza serba della BiH, che spesso viene minacciato dal premier della Rs Dodik, lui non esiterebbe a inviare l'esercito croato per garantire l'unita' della Bosnia, essendo la Croazia uno dei garanti dell'accordo di pace di Dayton del 1995.

Vi e’ seguita subito una reazione durissima da parte di Dodik il quale ha qualificato queste dichiarazioni come “un invito guerrafondaio” e come parole drammatiche tanto piu' che Mesic e' tuttora il presidente e comandante supremo delle forze armate della Croazia, paese membro della Nato. Anche il presidente serbo Boris Tadic ha reagito con durezza alle dichairazioni del presidente croato uscente annunciando che informera’ dell’accaduto il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite in occasione della sua presenza al Palazzo di Vetro per la presentazione del rapporto sulla situazione in Kosovo. Tadic ha annunciato che interverra’ alla riunione del Consiglio di Sicurezza per denunciare tali dichiarazioni come minacce alla sicurezza dell’intera regione e dei suoi cittadini.

Non molto volentieri il neoeletto presidente Ivo Josipovic ha voluto fare commenti relativi alle dichirazioni di Mesic. Per ‘Voice of America’ Josipovic ha detto che l’accordo in BiH e’ di estrema importanza per la stabilita’. “Se lo chiedete a me, non ci sono soluzioni militari. I disaccordi devono essere risolti sempre attraverso il dialogo, vale a dire con l’accordo di tutti gli interessati” ha spiegato il futuro presidente croato. “L’unica via possibile per la BiH e’ l’accordo tra i tre popoli costituenti. Loro devono, con l’aiuto dei garanti di Dayton, concordare la soluzione definitiva che assicurera’ l’uguaglianza di tutti” ha detto Josipovic. Ha aggiunto di non aver voluto commentare ai media croati le dichiarazioni di Mesic poiche’ l’attuale presidente le aveva rilasciate in un colloquio con i giornalisti informale. Per quanto riguarda le relazioni nella regione, Josipovic ha annunciato che si impegnera’ ad essere piu’ attivo aggiungendo che i problemi devono essere risolti da subito senza essere lasciati alle future generazioni.

Per la radio e televisione serba B92, il neopresidente croato ha commentato invece il rifiuto da parte del presidente della Serbia Boris Tadic di venire all’inaugurazione presidenziale poiche’ vi ha gia’ confermato la sua presenza il presidente del Kosovo Fatmir Sejdiu. Secondo Josipovic “e’ un peccato se Tadic non verra’, ma non lo vede come un atto di ostilita’ nei confronti della Croazia”. Il futuro presidente croato ha aggiunto di non voler dare lezioni alla Serbia e che e’ il diritto del presidente Tadic di guidare la politica serba. “Il fatto che io non lo considero un buon aproccio, e’ un problema mio” ha detto Josipovic e ha rilevato che nel suo mandato vuole entrare “con le mani aperte”. “Penso che sia in Serbia che in Croazia dovremmo dire – bene, la guerra e’ finita, facciamo qualcosa di buono per il benessere dei cittadini” ha sottolineato Josipovic.

Parlando del suo predecessore Stjepan Mesic, Josipovic ha valutato positivamente l’eredita’ che il presidente uscente sta’ per lasciargli e ha osservato che Mesic ha contribuito molto alla democrazia e all’affermazione della Croazia nella comunita’ internazionale.
In un’ altra intervista al settimanale belgradese ‘Vreme’, Josipovic ha sottolineato l’importanza delle buone relazioni economiche nella regione. Oltre allo scambio commerciale, queste relazioni contribuiscono anche ad una migliore possibilita’ di piazzamento ai mercati terzi, ha aggiunto Josipovic.

A proposito delle tensioni che hanno provocato le dichiarazioni di Mesic contro la retorica del premier della Rs Milorad Dodik e succesivamente le controrisposte, il giornale britannico “The Guardian” in un commento ha avvertito che i leader dei paesi dell’ex Jugoslavia negli ultimi due giorni hanno scambiato parole di minaccia che hanno ricordato le guerre degli anni ’90. Il giornale ricorda che la retorica si e’ innasprita proprio nell’anno in cui si dovrebbero svolgere le elezioni in BiH che molto probabilmente i nazionalisti da tutte le parti cercheranno di utilizzare per destabilizzare il Paese. Secondo il commentatore del Guardian, Dodik e’ deciso di mantenere in gran misura una BiH nazionalmente divisa e opporsi agli sforzi internazionali per creare uno Stato funzionante e per l’introduzione dell’autorita’ centrale.

Il presidente croato uscente, Stjepan Mesic – osserva The Guradian – ha accusato Dodik di voler rinnovare la politica serba fallita dieci anni fa il cui obiettivo era quello di creare la Grande Serbia. ‘The Guardian afferma che Dodik sta’ conducendo una guerra politica esauriente contro le forze internazionali che quasi 15 anni, quindi dalla fine della guerra, tengono sotto controllo la BiH. Il giornale conclude con il monito di Mesic secondo il quale Dodik sarebbe convinto che il mondo si stanchera’ della BiH e allora potra’ indire il referendum sulla secessione della Rs dalla BiH per poter finalmente realizzae il sogno della Grande Serbia.

Alla retorica aspra croato-serba hanno reagito anche quasi tutti i politici della BiH. Cosi’ Alija Izetbegovic, figlio del defunto presidente bosniaco Alija Izetbegovic – uno dei tre firmatari dell’Accordo di Dayton insieme ai presidenti Tudjman e Milosevic – ha detto che il suo Paese puo’ ostacolare la secessione senza un intervento croato. E dall’Ufficio del presidente Mesic e’ arrivato un comunicato a seguito di, come si dice, “alcune reazioni nervose e infondate in Croazia e nella regione alle parole del Presidente sulle possibili conseguenze della desintegrazione della vicina BiH”. Il comunicato avverte che il presidente Mesic “oltre a parlare con un gruppo di giornalisti in modo informale, aveva formulato le sue parole usando il condizionale”.

Nel comunicato si sottolinea che le parole del presidente uscente bisogna comprenderle come un monito formulato radicalmente affinche’ il mondo non chiuda gli occhi davanti alla politica del premier della Rs Milorad Dodik e ai possibili impatti di una tale politica. Al tempo stesso, conclude il comunicato dell’ufficio presidenziale, il Presidente ha voluto dire chiaramente che per la Croazia la dissoluzione della vicina ed amichevole Bosnia Erzegovina sarebbe assolutamente inaccettabile.


21 gennaio 2010


PASSAGGIO SPECIALE: AL QUAEDA NEI BALCANI

All'inizio di quest'anno il ministro degli esteri israeliano, Avigdor Libermann, in occasione della visita in Israele del premier macedone, Nikola Gruevski, ha lanciato l'allarme sul rischio che i Balcani diventino il prossimo obiettivo di Al Quaeda e di altri gruppi estremisti islamici. Secondo le informazioni di cui dispongono i servizi segreti israeliani, i Balcani sono la prossima destinazione della rete jihadista. Libermann ha citato come prova un trasferimento di fondi da presunte organizzazioni umanitarie islamiche verso i Balcani ricordando le analoghe modalità con cui Hezbollah, grazie ai finanziamenti iraniani, si è infiltrata in America latina e Al Qaeda abbia fatto altrettanto in Africa.

Al fondamentalismo islamico e alla presenza di gruppi terroristici jihadisti è dedicato lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda a Radio Radicale mercoledì 20 gennaio

L'Islam balcanico ha caratteri diversi da quello medio-orientale e arabo. La presenza islamica nella regione balcanica risale infatti al periodo in cui la regione faceva parte dell'Impero Ottomano. Dopo la seconda guerra mondiale, nei primi 20 anni della Jugoslavia socialista, l'Islam fu visto come una religione arretrata. Le scuole coraniche furono proibite, i dervisci messi fuori legge, molte moschee distrutte, chiuse o utilizzate per altri scopi, le società culturali musulmane sciolte o abbandonate, mentre i membri musulmani del partito ricevettero la direttiva di non circoncidere i propri figli. Il problema riguardava soprattutto la Bosnia, dove si trovava la maggioranza dei musulmani jugoslavi.

In seguito, il regime concesse una certa apertura a partire dagli anni Sessanta. La posizione rispetto all'Islam cambiò perché Tito, insieme al presidente egiziano Nasser e a quello indiano, Nehru, diede vita proprio allora al Movimento dei Paesi non allineati ed aveva bisogno dei "propri" musulmani per rafforzare la sua posizione all'interno del nuovo movimento politico. Nel 1968, il Comitato centrale del partito comunista della Bosnia Erzegovina concesse ai musulmani lo status di nazionedi. Nel censimento del 1971, per la prima volta, venne inserita la categoria "musulmani" in senso di identità nazionale. I bosniaci che non si sentivano né serbi né croati, potevano dichiararsi "Musulmani" (nel 1993 modificato poi in Bosgnacchi). Attualmente si stima che in Bosnia Erzegovina i bosgnacchi rappresentino circa la metà della popolazione.

Della presenza di mujaheddin in Bosnia si parla dall'epoca della guerra alla metà degli anni Novanta. Ancora due anni e mezzo fa, l'allora rappresentante Usa in BiH, Raffi Gregorian, ritornò a parlare della presenza nel paese di “simpatizzanti di Al Qaeda”, pur precisando che non pensava ai “musulmani locali e ai bosgnacchi”. E però, come scriveva Zlatko Dizdarevic in un articolo del 28 agosto 2007 sul sito di Osservatorio Balcani, notava "lo strano rimandare la cacciata dallo Stato di alcuni mujaheddin giunti in Bosnia durante la guerra, ai quali in seguito è stata tolta la cittadinanza, ridotto il soggiorno e rifiutato l’asilo". Da segnalare anche la dura presa di posizione del settimanale Dani in un articolo di Vildana Selimbegovic del 10 novembre 2006, dopo gli scontri che erano avvenuti in Sangiaccato e altri episodi che avevano coinvolto la locale comunità musulmana presa tra Islam tradizionale e le nuove versioni importate durante e dopo la guerra.

L'altro Paese "islamico" della regione è l'Albania. Quello albanese non è mai stato un Islam fondamentalista. Gli aspetti retrogadi della società albanese sono legati alla cultura locale e non all'islam. Quasi mezzo secolo di regime comunista ha fatto il resto ed oggi la società albanese continua ad essere profondamente segnata da ateismo e secolarizzazione e a guardare decisamente all'Occidente. Un anno fa, però, la vicenda di una ragazza espulsa da scuola perché portava il velo, ha sollevato un caso anche perché il pluralismo seguito alla caduta del regime ha portato anche al crescere di una comunità di giovani musulmani, per ora minoritario.

Il giornale serbo Glas Javnosti in un articolo del 2007 intitolato "Uno stato islamico in Europa” scriveva che “la guerra civile in BiH tra il 1992-1995 ha dimostrato che i fondamentalisti islamici avevano organizzato vere unità di guerriglia terroristica che dall’Afghanistan sono arrivate in BiH con l’obbiettivo di combattere con i loro seguaci per il jihad". Inoltre, per ‘Glas javnosti’ la Macedonia sarebbe stato un obiettivo privilegiato dei mujahedin e dei terroristi legati ad Al Quaeda che dall’Albania e dal Kosovo hanno cercato di insediarsi nella maggior parte del Paese con l’aiuto degli albanesi locali. "Il principale obiettivo dei fondamentalisti islamici è la creazione di uno stato musulmano nel cuore dell’Europa”, scriveva ancora Glas javnosti, affermando che “la BiH e i Balcani sono diventati una stazione inevitabile per molti fondamentalisti islamici sulla loro via verso l’Europa” grazie ai soldi e al sostegno ricevuto da paesi islamici come Iran, Siria, Pakistan e Arabia Saudita.

Ascolta lo Speciale di Passaggio a Sud Est del 20 gennaio 2010


18 gennaio 2010


PASSAGGIO IN ONDA

Passaggio a Sud Est
è il sabato alle 22,30 su Radio Radicale



Il sommario della puntata del 16 gennaio 2010

La puntata è dedicata per larga parte alla Croazia, con le recenti elezioni presidenziali e il proseguimento dei colloqui con la Slovenia per la definizione dei confini. In primo piano l'intervista al neo presidente Ivo Josipovic sulla sua elezioni, i problemi interni della Croazia, il suo ruolo nei Balcani e i rapporti con la Serbia, le relazioni con l'Ue e la politica europea nella refione. A questa segue l'intervista con Dijana Plestina Racan che commenta positivamente il risultato delle presidenziali.

Nella trasmissione si parla anche delle inondazioni che hanno colpito l'Albania, dell'integrazione europea del Kosovo e della difficile situazione politica in Bosnia Erzegovina. In apertura uno sguardo su Istanbul capitale europea della cultura del 2010.

La trasmissione è curata e condotta da Roberto Spagnoli con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura. Tutte le puntate sono riascoltabili sul sito di Radio Radicale.


8 gennaio 2010


PASSAGGIO SPECIALE: IL 2010 NEI BALCANI OCCIDENTALI

Il primo Speciale di Passaggio a Sud Est del 2010 è dedicato alle prospettive e alle aspettative politico-diplomatiche per alcuni paesi particolarmente significativi - sia per le loro situazioni interne, sia per le prospettive di integrazione europea - dei Balcani occidentali.
Per l'Europa sud orientale il 2010 ha in programma alcune importanti scadenze elettorali: La più vicina è il ballottaggio per le presidenziali in Croazia previsto per domenica prossima, poi a marzo ci sono le presidenziali in Grecia, in aprile le elezioni presidenziali a Cipro Nord e, infine, in ottobre le elezioni presidenziali e politiche in Bosnia Erzegovina. Questo, in particolare sarà un test politico-elettorale di grande importanza perché la Bosnia attraversa una profonda crisi politico-istituzionale provocata dalla rissosità e dal gioco di veti incrociati delle classi politiche locali, ma anche dalla incapacità mostrata finora dalla comunità internazionale e dall'UE per prima di prendere in mano seriamente la questione.
In ogni caso, nei prossimi in primo piano continuerà ad esserci la questione dell'integrazione dei Balcani occidentali nell'UE. La recente liberalizzazione dei visti Schengen per Macedonia, Montenegro e Serbia è stato un segnale importante. E proprio la Serbia negli ultimi mesi del 2009 ha incassato significativi successi che hanno rilanciato il suo processo di integrazione europea chiudendo definitivamente l'epoca dell'isolamento seguito alle guerre jugoslave degli anni '90. Il Kosovo è un'altra questione che l'Europa non potrà eludere indefinitamente. Poi c'è naturalmente la questione dell'adesione della Turchia che resterà la grande questione aperta per l'UE anche nel 2010, mentre vedremo se per la Macedonia, dopo anni di limbo, verrà finalmente fissata una data certa per l'inizio dei negoziati di adesione.
La grande questione alla base di tutto sarà l'Europa stessa, intesa come Unione Europea. Ora che il Trattato di Lisbona è finalmente in vigore e che l'UE ha un "presidente" ed un "ministro degli Esteri" vedremo se i Ventisette riusciranno a portare avanti anche una politica comune offrendo di conseguenza una prospettiva politica ai paesi europei che ancora non sono nell'Unione. Insomma che l'UE torni ad essere un progetto politico e non solo una sommatoria di interessi nazionali, che torni ad essere la "patria europea", invece che una semplice Europa delle patrie a cui troppo spesso ha assomigliato negli ultimi anni.

Lo Speciale di Passaggio a Sud Est, curato da Roberto Spagnoli con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura è andato in onda mercoledì 6 gennaio su Radio Radicale e si è occupato in particolare di Croazia, Serbia, Bosnia, Kosovo e Macedonia. Il programma è riascoltabile sul sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche.

Ps: ringrazio gli amici della Balkan Crew dal cui blog ho preso "in prestito" l'immagine che mi è sembrata perfetta per illustrare il tema del nostro primo Speciale radiofonico del nuovo anno.

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